APOCALITTICI O INTEGRATI?

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Una volta il filosofo Voltaire scrisse giustamente che la civiltà di un popolo si misura dalle sue carceri. Mi permetto di aggiungere che un altro buon misuratore dello stato di coscienza di un Paese è anche il livello del suo dibattito pubblico. Specialmente se ci sono elezioni che lo rendono più rilevante, ed in particolare se esso verte su alcuni temi emblematici come la cultura, la sua fruizione e il suo ruolo nella società.

Questo dibattito conosce nuovi fasti da alcuni anni, da quando abbiamo un ministro della cultura degno di questo nome, e nei giorni scorsi si è ravvivato per i  grandi numeri che vengono dal sistema museale. Ma quanto al livello, non mi pare ci sia da stare allegri.

Non me ne vogliano tutti i rinomati professori e intellettuali che vi intervengono, ma il dibattito mi sembra ancora fermo al vecchio dilemma del libro del 1964 di Umberto Eco, “Apocalittici e integrati”. Eppure non si tratta più di scegliere tra una resistenza al moderno così furiosa da diventare profetica e millenaristica, oppure una convinta adesione che si spinga fino a fondersi nella modernità senza confini o riserve verso nessuno dei suoi numerosi aspetti.

La scelta oggi – ma di questo nel dibattito pubblico sulla cultura in Italia non sembra esservi ancora traccia – non è infatti se rifiutare la modernità oppure ad essa sottomettersi. Quanto piuttosto trovare una nuova sintesi per un suo governo. Perché esattamente come la globalizzazione, anche nel settore della cultura, la modernità – e con questo termine intendiamo sia la pressione industriale del turismo di massa sia la richiesta di fasce sempre più ampie di cittadini del mondo di fruire, godere e accedere alla cultura – non può essere respinta in toto. Un tale progetto sarebbe infatti irrealizzabile, e sfocerebbe nel velleitario e nel malinconico. Tra parentesi, è proprio l’atteggiamento del terrorismo jihadista, campione della regressione, che non a caso ha una venatura apocalittica in mezzi e fini.

Ma la modernità non può nemmeno essere accolta in toto, perché se non governata anche nel settore della cultura si risolverebbe in un’alienazione di persone e cose. E questo per noi italiani significherebbe l’alienazione della nostra identità nazionale.

Occorre dunque trovare una sintesi. Questo è lo sforzo da fare. Non solo da parte del prossimo governo, ma da parte di tutte le classi dirigenti e intellettuali italiane, oggi su questo tema esitanti tra paura di numeri positivi perché grandi, e vagheggiamento di quelli piccoli perché elitari e rassicuranti.