“L’ONDA, VUOTA, SI ROMPE SULLA PUNTA, A FINISTERRE” – (Eugenio Montale)

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Le coste italiane troppo spesso e per troppo tempo sono state trattate come fossero semplicemente una linea di divisione tra terra e mare. Un non-luogo. Un finis terrae. Un mero confine. Dove il mare era un estraneo, e quindi lo si poteva riempire di plastiche e rifiuti. E dove invece il non-mare era un vuoto da riempire e urbanizzare. Ma come spiega bene l’avvincente e impressionante volume “Vista Mare, la trasformazione dei paesaggi costieri italiani”, le coste sono invece un luogo e un contesto paesaggistico, dove cioè si forgiano le identità delle comunità locali e anche quella italiana, e anche uno dei più preziosi. E delicati. Dal 1985 ad oggi il libro ci mostra come purtroppo questa consapevolezza di unicità e preziosità sia stata negletta, e le coste siano state brutalizzate e stravolte. I curatori hanno scelto di farci vedere un tratto di costa fotografato dall’alto nel 1985, e poi lo stesso fotografato oggi. Da nord a sud, ad est ed ovest, isole o penisole, lo spettacolo è osceno e impressionante. Stiamo andando verso un continuum di costruito sulle coste italiane.

Come molti di voi sapranno, ho deciso di non ricandidarmi alle prossime elezioni politiche. Ciò però non significa che cesserà il mio impegno in favore del paesaggio italiano e del nostro patrimonio storico-artistico. Al contrario. E alla presentazione del volume “Vista Mare” con Sergio Rizzo, il bravissimo sindaco di Posada Roberto Tola (comune del nuorese all’avanguardia nella protezione del suo territorio come cifra di identità e sviluppo) e altri ospiti, si è discusso di passato – fotografato in questo modo mirabile e struggente – ma anche di futuro. Per il passato, s’è detto: il suolo italiano – ed in particolare le sue preziose coste – è stato concepito come un non luogo e un vuoto a perdere. Questa dissennatezza – gli spagnoli sanno che cosa significa prima urbanizzare le coste in modo selvaggio e poi trovarsi ad aver distrutto la vera risorsa turistica che si voleva sfruttare – ha lasciato dietro di sé enormi problemi. Per esempio il costo delle demolizioni – e speriamo che in Finanziaria si trovi lo spazio per mantenere la promessa di stanziare delle somme allo scopo – così come il riciclo dei materiali demoliti, che sono rifiuti speciali. Ma se risolvere i problemi del passato è compito arduo e costoso, per lo Stato e per i cittadini che devono vivere in luoghi degradati, proprio per evitare gli errori del passato occorre pensare anche al futuro.

Cambiare strada è possibile. Perché la cultura civica sta cambiando, così come cambia la cultura e la domanda turistica, che sempre meno accetta luoghi degradati e cerca non più solo servizi ma anche la sintonia con la vita e l’identità delle comunità locali. Siano esse nei centri storici, che dunque devono essere abitati e vitali altrimenti diventano paradossalmente non più attrattivi, o le coste italiane. Forse vale la pena provare a risparmiare ciò che ancora non è stato distrutto e consumato. E lavorare per riutilizzare il già costruito e recuperare l’osceno, invece di consumare altro suolo. Perché il suolo italiano che calpestiamo è il ramo dell’albero dove siamo seduti come nazione. Se lo distruggiamo cadremo con lui.

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