SALVARE UNA COLLEZIONE È SALVARE L’ITALIA

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Parafrasando il detto del Talmud “chi salva una vita umana salva il mondo intero”, si può dire che chi salva una collezione come quella Ginori salva un intero patrimonio culturale italiano. Come ha infatti detto giustamente ieri il ministro Franceschini, annunciando l’acquisizione del Museo Richard Ginori, è stata “salvata una collezione eccezionale, che è parte fondamentale del patrimonio culturale italiano”. Lo è per tante ragioni. Ed in primo luogo per la sua emblematicità. È infatti una collezione di altissimo livello, ma al contempo non fuori dall’ordinario nel panorama italiano, degno esempio di quel “museo diffuso” che è l’Italia. È una collezione espressione di un territorio, esempio della migliore civiltà degli italiani, di quel loro cosmopolitismo che facendo leva sul locale ha saputo conquistare pacificamente il mondo. E sono una collezione e un museo espressioni di una attività non solo contemplativa ma anche pratica, dove l’artigianato italiano diventa arte trasformando le materie prime del proprio territorio. Esempio di quel tessuto produttivo che in un preciso momento storico – qualche decennio fa – ha saputo fare di una possibile debolezza dimensionale un punto di forza qualitativo nel mondo globale. Oggi lo Stato ha acquisito quella collezione, non solo risparmiando – la spesa è stata infatti inferiore alle valutazioni – e mantenendo la promessa fatta durante il recente G7 della cultura di marzo, ma soprattutto impedendo lo smembramento e la dispersione di un patrimonio culturale “piccolo ma grande”. E dunque evitando un colpo alla nostra identità nazionale, la cui forza e vitalità dipende, come abbiamo tutti capito dopo il terremoto che un anno fa ha colpito il centro Italia, proprio dalla salute e integrità di quel patrimonio culturale più diretta espressione del territorio che lo ha generato. ​